La rivoluzione digitale induce in modo ineluttabile l’assottigliamento dei costi di produzione, distribuzione e “stoccaggio”, provocando un’iperbolica crescita della mole d’informazione. E nella “sfera televisiva” accade un pò lo stesso, ma il problema non attiene unicamente ad aspetti tecnologici, è legato altresì alla profonda differenza esistente tra produttori e consumatori: i primi scelgono per i secondi.
Se infatti nella “filosofia della rete” ogni individuo è potenzialmente in grado di raggiungere qualunque contenuto, sebbene sia guidato da opportuni “filtri”, nella tv e in ogni medium di massa, la scelta viene imposta dall’alto, occludendo ogni possibile spiraglio di navigabilità e scoperta. Per quel che riguarda Internet, un gran numero d’iniziative, gli OLPC di Negroponte ad esempio, ritraggono una chiara spinta nel voler offrire una “minuscola” possibilità in più: accedere al più imponente, e azzarderei infinito, archivio del mondo.
Ma con la televisione digitale capita qualcosa di diverso. La nascita di nuove piattaforme quali satellite, digitale terrestre e iptv non delinea unicamente una rivoluzione tecnologica (che rafforza il paradigma esistente), ma rappresenta un fondamentale cambiamento nelle modalità di accesso; la sensazione è che i filtri e l’immobilità della televisione (legata a esigenze di palinsesto, di pubblicità e quindi di catalizzazione della “massa critica”), sia sempre meno evidente. Ci si trova di fronte a una televisione che assomiglia sempre più alla rete in quanto esiste una sempre più vasta possibilità di scelta che si accompagna a un accenno d’interattività.
Se la rete è intrinsecamente “libera e bidirezionale”, e quindi il “mero” sopperimento tecnologico è in grado di offrire e valorizzare questa libertà e bidirezionalità, l’evoluzione digitale della tv si spinge verso un nuovo modo di comunicare completamente estraneo al naturale paradigma comunicativo televisivo: starci di fronte subendola e annoiandosi. La tv quindi si trasforma, abbandonando ciò che l’ha animata fino ad oggi: l’omologazione. E con la televisione generalista di oggi, che ha perso ogni minima valenza educativa della Rai degli anni’50, forse è solo un bene per tutti.
L’unico problema? Lo chiamano digital divide; ma almeno possiamo ammirare il Cavaliere in tutto il suo splendore, da tutte le angolature e con gaffe incluse.
