L’innovazione televisiva e la “maledizione della rendita”

E’ molto probabile che il freno all’innovazione televisiva sia rappresentato da staticità e sistematicità. Due cose per cui gli investitori pubblicitari diventano matti. Ed assieme a loro si dispone tutta la schiera di “telenauti” che per i motivi più vari, dalla senilità di molti all’inerzia di altri, rimangono incollati di fronte al televisore. Soprattutto perché è un mezzo come dire… familiare, che insomma non tradisce le aspettative.

Uno dei motivi per cui Rupert Murdoch accusa la Bbc di “danneggiare i concorrenti commerciali” ruota proprio attorno a questo aspetto: iPlayer, servizio web della nota tv anglosassone, raccoglie i programmi già andati in onda alla tv, riscuotendo un enorme successo. Basti pensare che ad oggi sono pervenute circa 17,5 milioni di richieste di accesso, sebbene esista un malcontento generale degli utenti mac che, per diversi motivi di mercato, non possono accedere ai contenuti del servizio.

La Bbc ha deciso di investire su iPlayer 131 milioni di sterline nei prossimi cinque anni, cavalcando l’onda del successo. A tal proposito è importante ricordare che iPlayer è stato in grado di riappropriarsi di un pubblico giovane oramai scarsamente avvezzo a guardare i programmi della tv tradizionale. Ciò sta a significare quanto sia importante per le nuove generazioni non essere ancorate ad un palinsesto (temporale), ma riuscire a gestire la fruizione di contenuti secondo le proprie esigenze. Se poi si comincia a intervenire sui contenuti editoriali, tentando di renderli ad hoc per un pubblico abituato a navigare in rete, beh allora i risultati sono garantiti.

È comprensibile che Rupert Murdoch sia in apprensione per la straordinaria proliferazione in rete delle web tv. Dopo aver scommesso su un vasto numero di canali per ampliare il più possibile l’offerta, si trova infatti a dover fare i conti con un’immensa disponibilità di contenuti proposti dalla rete, per di più gratuitamente. E per questi motivi si fa più nitido il pericolo del cosiddetto chum, ossia l’abbandono di un utente che si rivolge ad un concorrente o disdice l’abbonamento. Un’offerta ampia e variegata dovrebbe arginare la “fuga” degli utenti, ma in piena sintonia con la legge di Pareto, un numero molto ridotto di canali accentra la stragrande maggioranza dei clienti e di conseguenza rappresenta il fulcro degli introiti.

Mi chiedo allora se il sistema della long tail, oltre ai diversi campi di applicazione in cui ha avuto un grande successo, possa davvero adattarsi al mondo televisivo. O forse sarebbe meglio chiedersi se una strategia economica di questo tipo possa realmente sviluppare un business redditizio. Perché la long tail della tv esiste già, ma per poter fare affari, la “rendita televisiva” (quella che ingloba i contenuti alla Maria de Filippi, economici e cadenzati) suscita ancora richiami particolarmente irresistibili.

via Digital Sat Magazine

Intrecci televisivi, quando la politica c’entra poco

Il 2011-2012 si prospetta un biennio molto particolare per la televisione italiana. Un anno di svolta. Un anno di cambiamento che scuoterà l’intero sistema televisivo, il quale potrebbe mutare completamente la propria forma, assumendo sembianze sconosciute. Forse non esternamente, considerando in tal senso i contenuti, ma nel cuore del sistema, in cui l’ attuale ordine delle cose (il duopolio sulle frequenze analogiche, un’unica piattaforma satellitare e le nascenti tv su protocollo Internet) potrebbe subire pesanti trasformazioni.

Ma in cosa consiste questa svolta? Ebbene, in primo luogo nel 2011 terminerà la quarantena imposta dall’Ue a Sky, che la relega a trasmettere unicamente tramite l’attuale piattaforma (data la posizione di “monopolio” all’interno del mercato satellitare italiano). Da quel momento in poi, potrà gestire e sfruttare direttamente un’iptv (e qui le voci che la vorrebbero molto vicina a Tiscali) oppure affittare frequenze sul digitale terrestre, assumendo una posizione in diretta concorrenza rispetto a Mediaset. In secondo luogo, nel 2012, la tv analogica terminerà dopo più di 50 anni il suo glorioso servizio e, agli undici canali attualmente a disposizione, se ne sovrapporranno almeno una sessantina, che inevitabilmente frantumeranno l’audiance, e con ogni probabilità metteranno fine al duopolio Rai-Mediaset.

Ecco perché, secondo questa prospettiva, i destini delle tre “televisioni” (Rai, Mediaset e Sky)appaiono fortemente intrecciati. Ed è bello pensare che la politica, a differenza di quanto accaduto fin ora, potrebbe anche non metterci piede. Chiedetelo infatti a Piersilvio Berlusconi che, pur tirando un sospiro di sollievo per la vittoria elettorale che allontanava definitivamente l’ombra del decreto Gentiloni, ha visto calare vertiginosamente le quotazioni di Mediaset: dai 6 euro della vigilia del week end elettorale, si è passati ai 5,80 euro del 15 aprile. Il problema fondamentale, oltre a quelli descritti in precedenza, è il seguente: Mediaset ha acquisito in autunno i diritti di importanti serie televisive da Universal a Time Warner, per un totale di 450 milioni di euro, potendo trasmettere tali contenuti non oltre il fatidico 2011. In casa Mediaset affermano di essere sicuri di riuscire a portare l’investimento a break even con il solo digitale terrestre, ma in molti dubitano che questo sia possibile.

C’è da dire che in Italia vi sono cinque milioni di decoder per il digitale terrestre. Di questi, solo tre milioni e mezzo sono effettivamente utilizzati e si accompagnano alle 2,6 milioni di carte prepagate per poter accedere ai contenuti premium del dtt Mediaset. Almeno secondo Piersilvio. Ed il suo obiettivo è quello di raggiungere entro il 2008 tre milioni di utenti che sborsino annualmente una cifra corrispondente a 100 euro all’anno, pari a otto euro al mese. Ma intanto le previsioni per il 2008, nel comparto del digitale terrestre, parlano di perdite intorno a settanta milioni di euro. Una situazione certo non felicissima. Ed ecco che allora s’intravede all’orizzonte una possibile trattativa con Sky. Nel caso l’affare andasse in porto, Mediaset potrebbe portare i propri programmi sul satellite di Murdoch, accedendo in un sol colpo a un bacino d’utenza enorme (si parla infatti di ben 4,5 milioni di utenti).

E qui nasce il dilemma. Andare su Sky potrebbe voler dire da un lato, come citato poc’anzi, avere un gran ritorno in termini di contatti, e dall’altro, prima di avere definito clausole economiche e stabilito l’effettiva appartenenza degli utenti che fruiscono di tali contenuti, rafforzare e consolidare la piattaforma satellitare a discapito del digitale terrestre. Sembrerebbe che Sky da questa trattativa abbia tutto da guadagnarci: un bouquet di canali più ampio, payperview e sistemi innovativi, che le permetterebbero un’offerta ampia e frammentata. Ma la situazione per Sky presenta anche il rovescio della medaglia. Nel pacchetto messo sul tavolo televisivo da Mediaset, oltre alle fiction televisive, sono contenuti i diritti sul calcio della stagione 2009/2010. E come ho in parte accennato in questo post, la trasmissione delle partite è fondamentale per il business di Sky. Una situazione del genere riporta il coltello dalla parte del manico nelle mani del Biscione; probabilmente se in questo delicato rapporto di forze si stringesse un accordo, sarebbe da intendere più che altro come una tregua. Un compromesso che entrambi i players raggiungerebbero con molte riserve, quasi si trattasse del preludio di una guerra mediatica, che fino ad oggi però non si è mai concretizzata in modo esplicito.

E qui spunta un ulteriore elemento. Pare che con lo spegnimento del segnale analogico, circa il 6 % della popolazione, in prevalenza stanziato nelle zone di montagna, si troverebbe “nell’oscurità televisiva” a meno di costruire ponti radio terrestri, che risultano complessivamente molto onerosi da un punto di vista tecnologico e quindi economico. Una trasmissione che utilizza come piattaforma di base il satellite, risulterebbe in questo senso molto più conveniente. Ecco perché, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe profilarsi in un prossimo futuro un accordo Rai-Mediaset per poter sopperire a tale inconveniente. E’ vero che entrambe le società già diffondono programmi tramite la tv satellitare, ma quando si tratta di contenuti quali Formula Uno, Moto Gp ed Europei di calcio, per cui non possiedono diritti di trasmissione all’estero, sono costretti ad oscurare i canali, penalizzando anche quel 6%. Ovviamente il tutto potrebbe risolversi con una opportuna scheda distribuita gratuitamente, inserita nel decoder, che assicuri la visione esclusivamente nel territorio italiano.

Le trattative per questo progetto però sono ancora in fase di stasi. Resta il fatto che far i viaggiare i contenuti sul satellite in modo totalmente indipendente da Sky, senza avere a disposizione un’infrastruttura di distribuzione adeguata e con una precaria sostenibilità economica, non sembra ad oggi una situazione praticabile. Per tutti questi motivi, Sky e Mediaset dovranno trovare un punto d’incontro. Il Biscione dovrà accelerare la diversificazione dell’offerta, tentando di lasciarsi alle spalle un modello ancora troppo dipendente dalla pubblicità analogica: l’operazione Endemol si colloca proprio in questa direzione, seppur verso una situazione sempre più conflittuale con la piattaforma di Murdoch. E se guerra deve essere, che guerra sia! Ma forse, per la prima volta dopo 15 anni, lo scontro si giocherà fuori da Palazzo Chigi e dai teatri della politica. E allora probabilmente capiremo davvero quello che la televisione ha realmente da offrirci oltre al nostro tanto amato Cavaliere. Almeno si spera.

Spunto per il post tratto da “La Yalta delle televisioni” di Stefano Carli

Il ruolo chiave della tv satellitare (per la pubblicità)

A un anno dalla prima diffusione dei dati Auditel, è continua e inesorabile la crescita di contatti e share per i canali satellitari. Secondo un articolo de Il Sole 24 ORE, redatto da Luca Veronese, almeno un italiano su dieci guarderebbe con regolarità i canali offerti da tale piattaforma. Da Rai a Mediaset, passando per La7, i canali generalisti hanno visto progressivamente erodere i propri contatti, per quanto fin dagli inizi della sua storia avessero bollato il satellite con l’epiteto di nanoshare (contatti insignificanti), sottolineando la scarsa platea, in termini pubblicitari, che esso era in grado di attirare.

Come share i canali satellitari, nel loro complesso, si avvicinano molto a quello di una tv generalista”, incalza Roberto Binaghi del centro media Omd. “Auditel sta leggendo una realtà in crescita, ormai corposa anche nei numeri”. E com’è prevedibile i canali sportivi, quali ad esempio Sky Sport, sono in testa nel raccogliere contatti preziosi, da cui poter trarre opportune indicazioni. Ma i dati Auditel palesano anche situazioni in apparenza meno evidenti: da un lato infatti, secondo Giuseppe Basile (responsabile delle ricerche dell’area tv di Starcom), i canali del gruppo Fox hanno superato qualunque previsione in termini di pubblico. Grazie soprattutto alla programmazione offerta dal canale Fox Crime. Allo stesso tempo, il target compreso tra i 4 e i14 anni, ha rappresentato (e continuerà probabilmente ed essere) l’el dorado per la tv satellitare poiché, nelle fasce opportune, raggiunge ben il 20% di share.

La tv generalista raccoglie ogni hanno più di 4,6 miliardi di euro di investimenti pubblicitari; d’altro canto la pubblicità sul satellite vale non più di 300 milioni di euro annui. Ma secondo Basile, la forza della piattaforma satellite non è racchiusa nei numeri, quanto invece nella qualità dei contatti. La tv satellitare raggiunge fette di popolazione, di solito con un più alto livello culturale, che hanno smesso di guardare la tv generalista: contatti esclusivi, rappresentanti persone più recettive. Un pubblico che sceglie di guardare la televisione, passando di fronte a Sky almeno il 50% della propria giornata-tv.

Ma per il satellite di Murdoch, che punta a raggiungere 6 milioni di abbonati entro il 2010 (oggi ne raccoglie 4 milioni), gli investimenti pubblicitari stanno assumendo un ruolo sempre più incalzante e centrale. E un affollamento del 18%, che inizia a percepirsi anche tra il pubblico, lo dimostra ampiamente. Secondo Biraghi “è sempre più evidente la presenza di aziende concorrenti all’interno dello stesso break pubblicitario: capita di vedere spot in sequenza di tre o quattro case automobilistiche, o di avere P&G, Danone e Nestlè all’interno di un film su Fox. Se il satellite vuole crescere anche sul mercato pubblicitario, conclude Biraghi, deve correggere anche questi errori di gioventù”.

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